Festival della Fotografia Etica 2018, Lodi

Anche quest’anno ho visitato il Festival della Fotografia Etica a Lodi (se volete dare un’occhiata al post del 2017, lo trovate qui): per chi non lo sapesse è una mega mostra di fotografia a tema etico che ha luogo in diversi edifici nella città, dove già solo per quest’ultimi vale la pena esserci, perchè sono veramente belli e unici.
Lo scorso anno avevo fatto un resoconto sulle varie collezioni a fine Festival, quest’anno invece ho deciso di pubblicare l’articolo prima della fine, in modo da incuriosirvi, magari avere anche uno scambio di opinione e rivalutare insieme alcuni scatti.

La prima collezione che ho visionato è stata quella nell’Ex Cavallerizza, un edificio che un tempo è stato destinato all’equitazione, e che dopo tanti anni è stato riaperto. Qui era presente lo Spazio World.Report Award, dove il filo rosso è stato “l’attenzione ai valori per costruire una speranza”, e gli scatti toccavano diversi argomenti, come i rifugiati, gli ospedali come punto di rinascita dopo la catastrofe (intesta come guerra o malattia)… Il mio scatto preferito è stato quello che rappresentava una coppia di persone anziane che nonostante la vecchiaia, nonostante i problemi, nonostante la stanchezza, sono ancora in grado di amarsi come facevano quando erano adolescenti: certo, questa è una mia interpretazione, ma per apprezzare appieno l’esposizione, le foto vanno contestualizzate, se è presente una descrizione esaudiente, oppure arricchite con la propria immaginazione, se come in questo caso non vi erano delle frasi abbastanza puntuali.

Nell’ex Chiesa di San Cristoforo si è invece toccato l’argomento uomo-animale, forse nel modo più crudo possibile, mostrando come gli ultimi vengono sacrificati con l’obiettivo di perseguire e produrre il lusso (visibile nella collezione “Il prezzo della vanità”), o per arricchimento economico. L’ultimo argomento è stato trattato nella collezione “Discendenza senza corna”, dove venivano mostrate le foto di un tipo di mucca geneticamente modificata che tra qualche generazione non presenterà più le corna, che tra l’altro sono un tratto distintivo della specie, ma in compenso produrrà molto più latte; che mi ha impressionato, ma forse perchè semplicemente è un settore a me del tutto sconosciuto, è stato uno scatto dove veniva mostrata una ferita sulla gamba di una mucca coperta con della vernice spray, per nasconderla e renderla quindi ancora facilmente vendibile. Non sarei mai arrivata a pensare un’azione del genere…
Una collezione felice all’interno di questo edificio è sicuramente quella dedicata all’allevare dei piccoli panda al fine di rimetterli nel loro habitat, veramente molto tenera!

Nell’ex Chiesa dell’Angelo invece è stato trattato un argomento del quale ignoravo l’esistenza: la violenza sessuale agita sulle donne arruolate nell’Esercito degli Stati Uniti. Molto toccante, specie il leggere l’outcome, dove la maggior parte delle donne hanno sofferto o soffrono di disturbo post traumatico da stress, alcune si sono suicidate, fanno uso di droghe e altre sono senza tetto. Più che le fotografie, sono toccanti i racconti presenti all’interno di esse.

Se avete dei bimbi al seguito, non potete farvi scappare l’allegra collezione “Human Dog alimenta l’amore” presente nella Biblioteca Laudense, dove i cani e gli animali domestici in generale sono i protagonisti: c’è anche una serie di foto di cagnolini che si trovano in canile e che non sono i classici cani che rispettano i canoni estetici, ma che risultano simpatici e meritevoli di amore allo stesso modo (o forse anche di più!).

In Palazzo Barni ci sono invece diverse collezioni: al primo piano, quella che mi è rimasta più impressa, forse perchè l’ho trovata più suggestiva, è stata la collezione che mostrava i risultati creati dalla polizia di un certo stato (non ricordo quale, chiedo perdono) armata con fucili a piombini in una situazione di quasi anarchia, dove al primo mezzo segnale può aprire il fuoco sulla folla. Qui venivano mostrate persone con in corpo fino ad un centinaio di piombini, che nella migliore delle ipotesi avevano perso una parte del campo visivo, e queste foto erano anche accompagnate dalla radiografia che mostrava dove i piombini ancora oggi sono siti nel loro corpo. Al piano terra invece ci sono tre collezioni: la prima l’ho saltata a piè pari perchè parlava dei combattimenti tra cani (io ho un pitbull, Bullo, quindi potete immaginare come questa possa risultare disturbante ai miei occhi), le altre due invece in modo diverso toccavano il tema di chi dovrebbe essere voto alla religione e di come invece questa possa diventare uno strumento. La prima collezione, “Perle, Giovane Esorcista”, raccontava la storia di un villaggio africano composto da esorcisti e posseduti, e di come la seconda etichetta viene attribuita per necessità personali di terzi: ad esempio una ragazza è stata definita “posseduta” dalla matrigna perchè questa voleva accaparrarsi l’eredità del marito defunto. La seconda collezione, “CONFITEOR (Io confesso)” invece tratta un tema piuttosto delicato, ossia la pedofilia all’interno del Clero, e vi assicuro che le lettere e i pensieri scritti da chi è stato vittima fanno venire i brividi.

Nel Palazzo Modignani ci sono collezioni che toccano diversi paesi e situazioni: quella che mi ha lasciato quasi allibita è stata “Fabbricato in Corea, sogno coreano”, che attraverso dei semplici scatti è riuscita a trasmettere la diversità abissale che passa dalla nostra cultura alla loro.

Mi manca all’appello la parte del Festival presente nel Palazzo della Bipielle, ma penso di andarci presto. E voi, avete già visitato il Festival di quest’anno? Quale mostra vi attira o vi ha attirato di più?

 

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